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venerdì 29 aprile 2011

ORTORESSIA NERVOSA

Mangiare sano è un'esigenza sempre più presente e diffusa, che si traduce ad esempio nel consumo di prodotti biologici, nella riscoperta dei prodotti della tradizione culinaria, nella ricerca della genuinità e nell'attenzione a cosa mettiamo nel piatto.
Queste attitudini positive e salutari possono, se portate agli estremi, diventare patologiche. Esiste infatti un disturbo alimentare, l'ortoressia nervosa, che consiste in una vera e propria ossessione per il cibo ritenuto sano unita alla fobia verso ogni altro cibo ritenuto tossico o nocivo. Rispetto a disturbi alimentari più conosciuti come l'anoressia, in cui si è ossessionati dalla quantità di cibo che si ingerisce, nell'ortoressia (dal greco "orthos" che significa corretto e "orexis" appetito) si è ossessionati invece dalla qualità del cibo. Si tratta di un'autentica "mania alimentare" che condiziona pesantemente la vita emotiva e relazionale delle persone che sono ossessionate dall'alimentazione, vissuta come lo strumento principe per purificarsi e migliorare il proprio stato di salute.
Questo disturbo è stato descritto per la prima volta nel 1997 dal medico statunitense Steve Bratman e consiste in una preoccupazione ossessiva per ciò che si mangia, non per paura di ingrassare, ma di assumere cibi ritenuti tossici o impuri. L'allarmismo mediatico legato alle mozzarelle alla diossina, alla mucca pazza o, più recentemente, alla radioattività certo non aiuta ad avere un rapporto sereno con il cibo e a mantenere il giusto equilibrio tra una sana alimentazione e il piacere di mangiare. Nell'ortoressia però questo rapporto è così disturbato da portare la persona a isolarsi, ad esempio a non mangiare fuori o a farlo solo portandosi appresso del cibo "sicuro" o provando disagio e disgusto per quanti mangiano cibi normali, a dedicare gran parte di tempo ed energie alla pianificazione dei pasti, ad autoimporsi regole sempre più ferree e specifiche per raggiungere un ideale di perfezione salutistica, sentendosi moralmente superiore agli altri nel seguirle e provando colpa e vergogna quando le infrange. Tutti questi aspetti sono molto simili a quelli riscontrati in altri disturbi alimentari e ad essi si unisce la rigidità, il bisogno di controllo e la negazione o il mancato riconoscimento di emozioni e conflitti che rende difficile anche riconoscere questo modo di relazionarsi al cibo come un disturbo. I principali sintomi dell'ortoressia sono in primis la paura di contaminare il proprio corpo, il disgusto nell'assumere sostanze non naturali, il bisogno ossessivo di conoscere ogni singolo ingrediente contenuto negli alimenti, il continuo desiderio di depurarsi e disintossicare il proprio organismo, il disagio nel mangiare con altre persone che non condividono la propria filosofia alimentare e la necessità di programmare, anche con giorni di anticipo, ogni pasto. Questo disturbo è ancora poco studiato, ma colpisce soprattutto persone istruite e di ceto sociale medio-alto, spesso a seguito di una dieta particolare (ad es. macrobiotica) o della "conversione" a una filosofia salutista che può diventare un fanatismo sempre più rigido e intransigente e degenerare in un'ossessione dominata da perfezionismo, ansie e fobie di contaminazione.
Per la diagnosi dell'ortoressia esiste una scala di valutazione italiana, l'ORTO 15 e quella ideata dallo stesso Bratman, il BOT, un semplice test composto dalle seguenti dieci domande:
1) Spendi più di 3 ore al giorno pensando alla tua alimentazione? 2) Pianifichi i tuoi pasti diversi giorni prima? 3) Il valore nutritivo dei cibi che assumi è più importante del piacere di mangiarli? 4) La qualità della tua vita è diminuita da quando sei interessato all'alimentazione salutistica? 5) Sei diventato più severo con te stesso nei confronti del tuo comportamento alimentare? 6) La tua autostima aumenta quando ti alimenti in modo corretto? 7) Hai eliminato cibi che amavi in favore di cibi più salutari? 8) Ti riesce difficile mangiare fuori casa, a causa dell'incompatibilità del tuo regime alimentare con quello dei ristoranti, distanziandoti da amici e parenti?
9) Ti senti in colpa quando non mangi in modo salutisticamente corretto? 10) Ti senti in pace con te stesso e in pieno controllo quando mangi in modo salutisticamente corretto?
In caso di risposta affermativa a più di 4-5 domande: è il caso di riflettere riguardo alla propria alimentazione e assumere una posizione più rilassata e meno integralista.
In caso di risposta affermativa a tutte le domande:significa essere ossessionati dall'alimentazione sana.

LA SINDROME DI PENELOPE

L'allungamento della vita e il progressivo invecchiamento della popolazione stanno portando alla ribalta dell'attenzione di media e studiosi le peculiarità che caratterizzano le così dette terza e quarta età. Tra i vari aspetti presi in considerazione, un posto di riguardo meritano senz'altro la salute e il benessere psicologico. Tra le persone anziane, soprattutto di sesso femminile, si riscontra sempre più spesso un quadro che gli esperti hanno definito "Sindrome di Penelope", dal nome della moglie di Ulisse rimasta sola e in attesa del suo uomo lontano. Tale sindrome non è una vera e propria patologia, ma una condizione di malessere psicologico (apatia, ansia, abbassamento del tono dell'umore) unita a una maggiore vulnerabilità fisica (abbassamento delle difese immunitarie, aumento della pressione, insonnia, inapettenza) in cui vengono a trovarsi tante persone anziane a seguito della morte del partner o degli affetti più cari. Le donne ne sono più colpite perché vivono più a lungo (in Italia la speranza di vita è stimata in 76,8 anni per gli uomini e 83 per le donne) ed è perciò molto più frequente la vedovanza al femminile. Sopravvivere al partner di una vita o agli affetti più cari può generare in alcuni casi una vera e propria depressione, più spesso proprio la sindrome di Penelope, una condizione poco conosciuta e il più delle volte trascurata, ma comunque capace di incidere significativamente sul benessere delle persone anziane e sulla loro salute fisica. Infatti, le donne con sindrome di Penelope manifestano un peggioramento generale del proprio stato di salute e, se malate, rispondono peggio alle cure e hanno un decorso clinico peggiore. Benché non se ne parli in maniera diffusa, non si tratta di un problema marginale, visto che soltanto in Italia riguarda ben 700.000 donne sopra i 75 anni. Ciò che noi siamo è costruito dalle relazioni e la perdita di quelle più lunghe e significative è un evento, per quanto naturale in vecchiaia, di un'enorme risonanza psicologica che merita di sicuro maggiore cura e attenzione.

venerdì 25 settembre 2009

RISVOLTI PSICOLOGICI DELLA CELIACHIA

La celiachia è una condizione geneticamente determinata, caratterizzata da intolleranza permanente al glutine di frumento e alle proteine corrispondenti di segale e orzo. Si tratta di una malattia cronica largamente diffusa in tutto il mondo con un quadro clinico e sintomatologico molto complesso che comprende numerosi disturbi soprattutto a livello intestinale. Negli ultimi anni l'interesse scientifico e non per la celiachia è cresciuto in maniera esponenziale, portando a nuovi metodi di diagnosi e cura, ma anche a una maggiore sensibilizzazione dell'opinione pubblica e una diffusione più capillare dei prodotti senza glutine. Tuttavia, le implicazioni psicologiche dell'essere celiaci vengono spesso trascurate, nonostante gli aspetti emotivi e relazionali siano di primaria importanza per il benessere di ognuno. La celiachia non è causa di disturbi psichici o psichiatrici, intendiamoci, né essere celiaci provoca automaticamente disagio. Sta di fatto però che la diagnosi di celiachia, così come tutti i cambiamenti, porta necessariamente a una riorganizzazione delle proprie abitudini e a una parziale ridefinizione di sé e del proprio universo di relazioni. Non dimentichiamoci che la celiachia è una malattia cronica, il cui impatto sulla salute delle persone, se ben diagnosticata e curata, è minimo, ma comunque irreversibile. Una volta individuata la celiachia, infatti, la dieta senza glutine (che rappresenta la principale azione di cura) dovrà essere scrupolosamente seguita per sempre, con tutti i problemi che questo comporta, primo fra tutti quello della "contaminazione". I celiaci non solo non possono ingerire alimenti che contengano glutine, ma non possono nemmeno cucinare o conservare cibo "consentito" in pentole o contenitori che sono entrati in contatto con questa sostanza. Prestare continuamente attenzione alla propria dieta e a tutti i processi di preparazione, cottura e conservazione del cibo, in casa e fuori, è un impegno mentale oneroso e pertanto stressante. E l'ignoranza di chi dice che "tanto per una volta non succede nulla" o l'insensibilità di chi non si pone nemmeno il problema di certo non aiuta. Il mio docente di psicologia generale all'università diceva che
"noi non mangiamo, noi ci alimentiamo",
intendendo con questo che l'alimentazione ha oltrepassato la necessità biologica ed è entrata a pieno titolo nella dimensione culturale, ovvero in ciò che connota e distingue i diversi gruppi umani. La dieta senza glutine, che i celiaci devono seguire a vita, condiziona non solo le loro abitudini alimentari, ma anche quelle relazionali e sociali. Il pasto, consumato in casa o fuori, è infatti un momento di convivialità e socializzazione che appartiene alle abitudini familiari o alla ritualità collettiva
(colazione al bar, aperitivi, feste, cene in ristorante, ecc.). Ad esempio, la tipica abbinata pizza e birra è deleteria per un celiaco, oppure la torta di compleanno di un amichetto o un semplice panino. Il cibo ha una valenza sociale, emotiva e simbolica molto importante e modificare la dieta significa cambiare non solo le abitudini alimentari di una persona, ma anche quelle relazionali, ecco perché la celiachia non è semplicemente una questione di dieta. La prima implicazione a livello psicologico da considerare è l'impatto emotivo della diagnosi, che, soprattutto all'inizio, può manifestarsi con:
  • inquietudine, ansia, vergogna, "sentirsi un peso"
  • irritabilità, flessione dell'umore o difficoltà a esprimere le emozioni
  • preoccupazione, non accettazione dei cambiamenti, sconforto
  • nei bambini: svogliatezza a scuola e aggressività verso i compagni
Le difficoltà di accettazione della diagnosi, con la conseguente ridefinizione di sé, possono portare a due diverse reazioni: il ritiro sociale (accompagnato da un abbassamento del tono dell'umore) e la trasgressione alla dieta senza glutine. Entrambi molto frequenti negli adolescenti (per cui convivere con la celiachia appare particolarmente problematico) sono due modi di reagire all'insofferenza di sentirsi diversi e sotto il continuo controllo dei familiari. Genitori, partners e amici giocano un ruolo fondamentale sia nella condivisione pratico-logistica che nel supporto e nella condivisione emotiva di quotidiana convivenza con la celiachia. Qualora si renda necessario l'intervento di uno psicologo, è bene rivolgersi a un professionista preparato sulle tematiche specifiche, che aiuti la persona e la sua famiglia ad accettare la malattia e ad affrontare i cambiamenti ad essa conseguenti con un sostegno psicologico mirato a contenere l'ansia, esprimere i propri vissuti e aumentare la consapevolezza di sé.

mercoledì 16 settembre 2009

LOVE ADDICTION

Amare è come una droga: all'inizio viene la sensazione di euforia, di totale abbandono. Poi il giorno dopo vuoi di più. Non hai ancora preso il vizio, ma la sensazione ti è piaciuta e credi di poterla tenere sotto controllo. Pensi alla persona amata per due minuti e te ne dimentichi per tre ore. Ma, a poco a poco, ti abitui a quella persona e cominci a dipendere da lei in ogni cosa. Allora la pensi per tre ore e te ne dimentichi per due minuti. Se quella persona non ti è vicina, provi le stesse sensazioni dei drogati ai quali manca la droga. A quel punto, come i drogati rubano e s'umiliano per ottenere ciò di cui hanno bisogno, sei disposto a fare qualsiasi cosa per amore. Paulo Coelho
Queste parole, pronunciate dalla protagonista del romanzo "Sulla sponda del fiume Piedra mi son seduta e ho pianto", rappresentano un'amara equiparazione tra amore e dipendenza affettiva (in inglese love addiction). In realtà (e per fortuna!) c'è una bella differenza tra un sano sentimento amoroso e una patologica dipendenza affettiva. Il criterio fondamentale per operare questa distinzione è la qualità della relazione di coppia. Tanto una relazione sana agevola la crescita di sé, dona piacere, pienezza e gioia di vivere, sviluppando intimità e senso di appartenenza, tanto una patologica è invece dolorosa, umiliante, insoddisfacente e autodistruttiva. Il rapporto di dipendenza affettiva è conflittuale, segnato da incompatibilità, mancanza di rispetto e di condivisione di progetti, bisogni e desideri, ma percepito come ineluttabile. Il vissuto tipico è quello di una relazione ostile e infelice dalla quale però non sia possibile venire fuori. Si tratta di una dipendenza a tutti gli effetti accompagnata da sintomi caratteristici:
  • compulsività - c'è un bisogno impellente di vedere l'amato/a e di comunicare con lui/lei in ogni modo
  • inappetenza - mancanza di appetito, irregolarità nei pasti che può degenerare in anoressia
  • insonnia - persiste uno stato d'ansia e agitazione continua
  • ciclotimia - alternanza dell'umore tra stati d'animo opposti
  • proiezione - l'amato/a viene idealizzato/a proiettandovi i propri bisogni e aspettative
  • percezione alterata del tempo e dello spazio - la vita della persona dipendente ruota intorno al bisogno morboso di vedere o sentire di continuo l'amato/a e di conoscere tutti i posti che frequenta che può portare al controllo paranoico o allo stalking
Le dipendenze affettive riguardano uomini e donne, di orientamento omo o eterosessuale. La casistica più nota è quella femminile perché le donne fanno ricorso più facilmente a un percorso terapeutico. Uscire dalla dipendenza emotiva è possibile, grazie soprattutto alla consapevolezza e all'accettazione dei propri bisogni e al mettere al centro delle proprie relazioni la chiarezza, la spontaneità e il rispetto. Per questo può essere utile farsi aiutare da un professionista individualmente o in un gruppo di auto-mutuo-aiuto. Per saperne di più: Robin Norwood, Donne che amano troppo, Feltrinelli, 1989

BILINGUI E' MEGLIO

E' opinione molto diffusa che l'apprendimento simultaneo di due lingue nei bambini in tenera età sia confusivo e controproducente. Non solo, ma si pensa che il bilinguismo, soprattutto nel caso di figli di coppie miste e di immigrati di seconda generazione, sia addirittura un ostacolo nell'integrazione con i coetanei che si esprimono nella lingua maggioritaria del paese di residenza. Numerosi studi di psicologi ed esperti di didattica e sviluppo del linguaggio dimostrano invece che nei primi tre anni di vita, il cervello del bambino è perfettamente in grado di assimilare senza sforzo due lingue come "lingue madri". Le immagini ottenute con la risonanza magnetica funzionale mostrano infatti che nei bambini entro i tre anni le regioni cerebrali attivate all'ascolto della lingua della famiglia e di quella del paese dove vivono sono perfettamente sovrapposte. Non solo, il bilinguismo si accompagna anche a una maggiore flessibilità, competenza comunicativa e una migliore predisposizione anche verso altri apprendimenti. Per saperne di più: Il bambino bilingue, di Barbara Abdelilah-Bauer, Raffaello Cortina editore, Milano, 2008.

martedì 9 giugno 2009

CHE COS'E' LO STRESS?

Che stress! Sono stressato! Questo mi stressa! Quello è stressante... stress, stress e ancora stress! Oggi se ne parla in continuazione, ma ad un uso tanto inflazionato non corrisponde un'idea chiara e diffusa di cosa sia effettivamente lo stress. Già nel 1973, Hans Seyle, considerato il "padre" del concetto di stress, commentava che
"tutti conoscono lo stress, ma nessuno sa cos'è".
La parola stress viene dal latino strictus, che significa stretto, serrato, ma è nei paesi anglosassoni che la parola stress si diffonde maggiormente, dapprima per indicare difficoltà o afflizione, per poi fissarsi nel XIX secolo sul significato di sforzo, tensione. In ambito metallurgico, ad esempio, si era soliti "mettere sotto stress" le travi di acciaio, indicando il processo di sovraccarico con il quale se ne testava la resistenza. Il termine stress viene usato spesso indistintamente per indicare:
  1. una condizione nociva d'intensa stimolazione esterna (es. stress acustico da traffico)
  2. un vissuto soggettivo in una determinata condizione (es. il sentirsi stressati)
  3. la risposta psico-biologica di una persona ad una determinata situazione.
Gli studiosi preferiscono distinguere tra:
  • stressors - gli agenti stressogeni (cioé che causano stress) ambientali (sia di natura fisica che psico-sociale)
  • strain - condizione di tensione psico-fisica in risposta agli stressors ambientali
  • strategie di coping - modalità e strategie cognitive, emotive e comportamentali con cui "reagire", affrontare e proteggersi in una condizione di strain
Occorre sottolineare che lo stress, così come l'ansia, non è di per sé una condizione patologica o dannosa per l'organismo, ma una reazione fisiologica utile e adattiva (che ci consente cioè di regolarci e trovare un adattamento migliore) che può diventare patologica se una persona è sottoposta a più agenti stressanti in maniera intensa e prolungata senza riuscire a trovare nessuna strategia difensiva. Seyle considerava lo stress qualcosa di inevitabile, perché è la condizione umana di per sé ad essere stressante. Detto in altri termini, la vita è complicata e ci mette alla prova, ci stimola ad essere sempre vigili e attivi, ma questa è la vita. La risposta fisiologica allo stress è molto complessa e coinvolge due sistemi principali:
  1. uno comprende il sistema nervoso simpatico e la parte midollare delle ghiandole surrenali che, attraverso la produzione di catecolamine, innesca reazioni di vigilanza e attivazione
  2. l'altro è l'asse ipotalamo-ipofisi-corticosurrene che, attraverso la produzione di corticosteroidi nella parte corticale delle ghiandole surrenali, modula la risposta allo stress cronico
Per quanto la componente fisiologica sia alla base della reazione allo stress, questa reazione è mediata psicologicamente a livello cognitivo ed emozionale. Il nostro organismo, infatti, è tutt'altro che un'entità esposta in modo passivo a stimoli esterni nocivi. Gli agenti stressanti (gli stressors) si collocano all'interno della relazione organismo-ambiente, determinando la natura interattiva e dinamica del processo di stress, in cui va sempre considerata anche la capacità di adattamento degli individui. Noi siamo attivamente e costantemente impegnati in un rapporto d'interazione dinamica con il nostro ambiente, per cui nel processo di stress risulta di fondamentale importanza la capacità di appraisal, ovvero la nostra personale valutazione. A produrre stress, infatti, non è tanto uno stimolo stressante, quanto piuttosto l'esperienza che ne ha il singolo. E' lo strain, cioé il vissuto di tensione, soprattutto se prolungato nel tempo, a causare disagio e malessere, ma la tensione non è una conseguenza inevitabile dello stress, perché la nostra reazione è mediata da tanti fattori ed è legata alla nostra valutazione ed esperienza personali. In sostanza, lo stress è una risposta complessa che coinvolge una persona nella sua interezza: reazioni fisiologiche e ormonali, sensazioni, atteggiamenti, emozioni, pensieri, valutazioni, comportamenti, vissuti, attribuzioni di significato, nonché capacità di reagire (coping)e di attingere ed attivare le proprie risorse (resilienza). Ecco perché una stessa situazione può essere ritenuta stressante (e pertanto vissuta come tale) da alcune persone, ma non da altre. Un po' quello che sosteneva più di quattro secoli fa La Rochefoucauld in una delle sue massime:
"i beni e i mali che ci capitano non ci colpiscono in misura della loro grandezza, ma della nostra sensibilità"
.

I neuroni specchio

Negli anni novanta è stata fatta una delle scoperte più importanti e rivoluzionarie nell'ambito delle neuroscienze. Si tratta della scoperta, tutta italiana, dei "neuroni specchio". Il professor Giacomo Rizzolatti dell'Università di Parma e la sua équipe, nel corso di esperimenti con le scimmie macaco, si sono accorti per caso che i neuroni localizzati nell'area visuo-motoria della corteccia cerebrale (cioé quelli legati al movimento) si "accendevano" sia quando la scimmia stava svolgendo un determinato compito, ma anche quando stava solamente osservando un'altra scimmia compiere quella medesima azione. Questi neuroni, dapprima chiamati "monkey see-monkey do" ("scimmia vede-scimmia fa"), sono stati ribattezzati "neuroni specchio" perché, proprio come uno specchio, quando osserviamo un'azione o l'espressione di un'emozione da parte di un'altra persona, noi generiamo automaticamente una sorta di simulazione incarnata, un "rispecchiamento" appunto, che riproduce in noi le stesse intenzioni alla base delle azioni o degli stati emotivi che stiamo osservando. Detta così sembra una cosa molto astratta, ma il sistema dei neuroni specchio non sarebbe altro che la base neurofisiologica della nostra capacità di metterci in relazione con gli altri. Da esso dipendono il comportamento sociale, la capacità di riconoscere le emozioni e di intuire le intenzioni che sottostanno alle azioni altrui, nonché l'empatia, ovvero ciò che ci permette di immedesimarci negli altri. In altre parole, dipenderebbe da questa specifica classe di neuroni se piangiamo perché la protagonista del film che stiamo guardando muore o se ci arrabbiamo perché un avversario ha fatto un fallo al nostro calciatore preferito. Questa reazione di risonanza emotiva è più significativa con gli appartenenti alla stessa specie ed è per questa ragione che, ad esempio, nei cartoni animati gli animali o i robot vengono antropomorfizzati per facilitare l'immedesimazione e la simpatia del pubblico (umano, per l'appunto). Noi osserviamo gli altri e ci rispecchiamo in loro, capiamo i loro stati d'animo e intuiamo le loro intenzioni e grazie a questi processi fondamentali siamo in grado di interagire con le altre persone in maniera appropriata e contestuale. I neuroni specchio sarebbero quindi basilari nella costruzione delle competenze sociali e potrebbero anche fornire una spiegazione biologica alle difficoltà relazionali che si riscontrano nell'autismo. L'individuazione dei neuroni specchio ha prodotto il fiorire di un gran numero di studi, suscitando enorme interesse anche tra i non adetti ai lavori. La portata innovativa di questo filone di ricerca è tale da andare ben oltre i confini delle neuroscienze o della psicologia, e da coinvolgere anche discipline come la pedagogia, la filosofia e l'arte. I neuroni specchio svolgerebbero infatti un ruolo primario nell'apprendimento per imitazione. Quando noi dobbiamo apprendere una sequenza di azioni, anche molto complesse, che si tratti di imparare un passo di danza o a suonare uno strumento, quello che chiediamo a chi ci insegna è "fammi vedere come fai". Per capire quanto sia più rapido e vantaggioso l'apprendimento per imitazione pensate al computer o al videoregistatore: quanto è più facile imparare le stesse cose vedendole semplicemente fare prima da un altro piuttosto che studiandole dal manuale! Nel dibattito filosofico, invece, i neuroni specchio portano un contributo innovativo per quanto riguarda il problema della coscienza e della teoria della mente. Ci sono tante cose che ancora non sappiamo sulla mente e la coscienza umane. Come le trasformazioni elettrochimiche del cervello producano l'incredibile varietà e complessità del nostro vissuto è il mistero più grande ed affascinante. Per riassumere potremmo dire che esistono due grandi filoni di pensiero: uno riduzionista, che ritiene che la mente è il cervello e uno non riduzionista, che ipotizza invece l'esistenza di processi psichici che mediano tra l'attività cerebrale e i dati di coscienza. Per quanto riguarda infine le discipline artistiche, i neuroni specchio renderebbero possibile la risonanza emotiva della fruizione di un'opera d'arte, dando una spiegazione scientifica a ciò che teatro, danza, letteratura, musica e pittura fanno da sempre: emozionarci. Per saperne di più sui neuroni specchio guarda questo video. Letture consigliate:
  • Rizzolatti, Sinigaglia, So quel che fai, ed. Raffaello Cortina, 2006
  • Rizzolatti, Vozza, Nella mente degli altri. Neuroni specchio e comportamento sociale, Zanichelli, 2007
  • Iacobozzi, I neuroni specchio. Come capiamo ciò che fanno gli altri, Bollati Boringhieri, 2008

mercoledì 13 maggio 2009

LA PREVENZIONE PSICOLOGICA NEL CICLO DI VITA III

  • PRIMA INFANZIA - i primi tre anni di vita sono fondamentali per lo sviluppo del sè. Da un punto di vista psicologico, quello che fa la differenza è il modo in cui ci si prende cura del neonato. Avendone cura, infatti, non solo si soddisfano i bisogni fisiologici del bebè (ad esempio la fame), ma soprattutto si trasmette un messaggio relazionale che incide sulla formazione del sé del bimbo. Noi impariamo e creiamo quello che siamo nelle relazioni con gli altri: è dall'essere stato toccato, accarezzato, cullato con amore che un bimbo impara cos'è l'affetto. I bambini hanno incredibili capacità ricettive, sono come delle "spugne" che assorbono tutto quello li circonda. Se un bambino respira amore, accettazione e rispetto nel suo ambiente, crescerà con fiducia e comprensione per se stesso e per gli altri. Se invece respira indifferenza, rabbia, violenza, allora crescerà triste, pieno di paure e sensi di colpa. Come esseri umani, noi nasciamo con una propensione intrinseca a relazionarci agli altri esseri umani. I neonati mostrano da subito chiare preferenze per gli stimoli sociali (voce umana, volti, carezze, ecc.). Addirittura a soli due giorni di vita sono già capaci di imitare le espressioni (come fare la lingua o sgranare gli occhi)dell'adulto che si relaziona con loro, sebbene nessun neonato di due giorni abbia la benché minima consapevolezza di avere occhi e bocca! La cosa più importante per il benessere psico-fisico dei bimbi è quindi il come ci si relaziona con loro. Per quanto riguarda l'alimentazione nei primi mesi, l'allattamento al seno è di gran lunga preferibile, sia per le proprietà ineguagliabili del latte materno, ma soprattutto perché rappresenta un'esperienza unica di grande intimità tra mamma e neonato. Pertanto l'allattamento dev'essere facilitato e incoraggiato, dando fiducia, sostegno e un aiuto pratico alle neo-mamme. La psicologia della sviluppo si è focalizzata molto sulla relazione madre-bambino, come relazione fondamentale per il benessere e lo sviluppo armonico del bebé, ma gli studi più recenti e innovativi, come ad esempio quelli della prof.ssa Fivaz dell'Università di Losanna, prendono in considerazione "il triangolo primario", ovvero la relazione a tre madre-padre-bambino. Questo approccio offre sicuramente una visione meno riduttiva dell'ambiente relazionale del bambino, per il cui benessere è importante non solo la relazione con la madre, ma anche quella con il padre. I cambiamenti socio-culturali che hanno "liberalizzato" le cure paterne ai bambini fin dalla primissima infanzia hanno infatti grandemente valorizzato la ricchezza e l'importanza del ruolo genitoriale maschile. Oltre al rapporto con madre e padre, un altro fattore determinante per il benessere infantile è la qualità della relazione tra i genitori. Quest'ultimo aspetto è molto importante e ha a che fare con il modo in cui padre e madre condividono la responsabilità genitoriale (ad esempio sostenendosi a vicenda, collaborando e partecipando attivamente per trovare soluzioni, oppure contraddicendosi e svalutandosi l'un l'altro o entrando in competizione). Ogni genitore è diverso dagli altri e ogni coppia crea insieme il proprio modo di vivere la dimensione della genitorialità. Occorre quindi pensare che non ci sono ricette pronte e valide per tutti, ma che ognuno deve costruire insieme al partner una modalità condivisa, coerente e armoniosa di rapportarsi ai figli nel ruolo del grande-che-si-prende-cura-del-piccolo. La chiarezza dei ruoli è fondamentale, soprattutto perché la relazione genitore-figlio è, per sua natura, una relazione asimmetrica. Non ci sono due persone sullo stesso piano, come nel caso di due amici, ma c'è un grande che dà e un piccolo che prende. Occorre tenere sempre a mente che ciò di cui i bambini hanno bisogno non sono genitori perfetti, ma, come diceva il famoso psicanalista inglese Donald Winnicott, "sufficientemente buoni". Ciò vuol dire che l'importante non è non commettere errori, ma sviluppare la consapevolezza e la capacità di riparare agli sbagli, rafforzando e facendo evolvere la relazione. Ricordatevi sempre che anche i genitori crescono insieme -e grazie- ai loro figli.
  • SECONDA INFANZIA - a partire dai tre anni, con la fase del "NO" e l'ulteriore sviluppo delle capacità senso-motorie, intelletive, linguistiche e relazionali, il bambino raggiunge una relativa autonomia. A quest'età si entra nella fase di sviluppo del sé narrativo, in cui cioé il bambino inizia a raccontarsi, a descriversi, a dire "io sono". Lo sviluppo infantile non è tanto il passaggio da uno stadio di crescita all'altro in tempi prefissati e uguali per tutti, ma è piuttosto, come sostiene Daniel Stern, un processo sinfonico, ovvero composto da diverse capacità che evolvono nel tempo interagendo ed influeanzandosi a vicenda in modo più o meno armonico. In particolare, lo sviluppo può essere definito come un processo olistico di cambiamento nel tempo che dipende dalle mutevoli e complesse interazioni tra fattori genetici (come la maturazione neurologica) e ambientali (quali l'apprendimento sociale, familiare e tra pari). Questo processo evolutivo si svolge in un contesto d'interazione dinamica e d'influenza reciproca tra l'organismo e l'ambiente. Dai tre ai sei anni l'importanza del gioco si fa sempre più pregnante e l'attività ludica del bambino si arricchisce con attività grafiche (dipingere, colorare, disegnare), immaginative ("facciamo finta che") e di socializzazione (gioco tra pari). Il gioco è un'attività fondamentale ed è importante che ai bambini venga lasciato il giusto tempo per dedicarcisi e che si offra loro la possibilità di variare le esperienze ludiche (giochi di movimento, di manipolazione, di esplorazione all'aria aperta). Anche lo sport a quest'età dovrebbe essere proposto come un gioco e praticato in compagnia di altri bambini, evitando forzature e spinte alla competizione. La curiosità è il motore dell'intelligenza e pertanto non dev'essere ostacolata. I bimbi sono spontaneamente curiosi di tutto ciò che li circonda, ma soprattutto sono curiosi di loro stessi, del loro corpo, di come sono fatti. Non c'è niente di malizioso, morboso né tantomeno perverso nel loro naturale desiderio di conoscersi, guardando, giocando e manipolando il proprio corpo. Tra i tre e i quattro anni i bambini iniziano inoltre ad acquisire il senso dell'identità di genere (a considerarsi cioé femmine o maschi) ed è perciò molto importante permettere loro la conoscenza e l'esplorazione del proprio corpo valorizzando in egual misura il sesso di appartenza del bambino o della bambina. Una corretta educazione sessuale ed affettiva parte proprio dal sostegno genitoriale a questo importante processo evolutivo di scoprirsi e riconoscersi maschietto o femminuccia. Per quanto spesso i genitori tendano a rimandare l'educazione affettiva e sessuale dei loro figli, in questo frangente prima s'inizia e meglio è. Insegnare ai bimbi a conoscere, amare e rispettare il proprio corpo senza vergognarsene, è di basilare importanza per il rispetto di sé. Naturalmente le informazioni e il linguaggio utilizzato devono essere appropriati all'età e alle domande dei bambini. L'educazione affettiva dei maschi è un aspetto molto trascurato dall'educazione tradizionale, ma merita un'attenzione particolare perché è la migliore forma di prevenzione contro possibili futuri comportamenti violenti (es. bullismo) oltre che lo sviluppo di disturbi psico-somatici e relazionali. Per quanto riguarda l'educazione affettiva e sessuale, genitori, nonni e insegnanti devono fare molta attenzione a non cadere in pregiudizi limitanti la libera e spontanea espressione di sé. Ad esempio, dicendo "i maschi non devono aver paura" si fa sentire "sbagliato" un bambino spaventato, colpevolizzandolo perché sente quel che sente, quando invece è perfettamente normale che i bimbi - maschi e femmine- abbiano delle paure. Sicuramente è molto più utile insegnare ai bambini a riconoscere le proprie emozioni e ad affrontare le proprie paure, dando loro affetto, sostegno e soprattutto il buon esempio. Il genitore triste o arrabbiato che, per non farlo preoccupare, dice al figlio "sto benissimo", in realtà dicendo così lo sta ingannando e confondendo, oltre a far passare il messaggio implicito che la rabbia o la tristezza sono innominabili persino con le persone più care. Ammettere il proprio stato d'animo in modo pacato, dicendo semplicemente "sì, è vero oggi sono un po' triste, capita anche ai grandi, ma dopo un po' mi passa" è molto più educativo e rasserenante. Anche perché i bambini sono molto sensibili e capaci di capire molto più di quanto gli adulti siano propensi a credere. I bambini sono sinceri e affamati di verità: se avete un'odore sgradevole vi diranno che puzzate, se avete una gamba di legno non faranno finta di niente, ma vi chiederanno incuriositi "e quella vera dove l'hai messa?". I genitori sono il primo specchio dei figli ed è dal loro modo di essere, ancora più che dalle loro parole che i bambini imparano a strutturare i propri vissuti e ad attribuire significati all'esperienza e al mondo che li circonda. La relazione deve sempre partire dal rispetto e dal riconoscimento delle emozioni, della realtà, dell'altro. Altrimenti si rischia di manipolare, mistificare, confondere. Il bambino sarà anche piccolo, ma è una persona e come tale va ascoltata e rispettata nei suoi bisogni e nelle sue emozioni. I disturbi comportamentali nell'infanzia emergono spesso nei momenti di crisi (inserimento a scuola, trasloco, nascita di un fratellino, ecc.) e sono sempre sintomatici di un disturbo relazionale. I bambini vivono ed esprimono le emozioni con tutto il corpo e quindi il corpo diventa il canale per esprimere e comunicare un disagio. I disturbi comportamentali infantili vengono definiti come la perdita parziale di una capacità acquisita in precedenza. Hanno quindi una valenza regressiva (esprimono cioè il bisogno del bambino di non crescere e di sentirsi piccolo per essere protetto e amato). I più frequenti sono: enuresi (la perdita involontaria dell'urina in bambini che hanno già acquisito il controllo sfinterico), che può essere notturna ("fare la pipì a letto") e diurna, encopresi (perdita del controllo dello sfintere anale con ritenzione fecale alternata all'emissione involontaria delle feci), onicofagia ("mangiarsi le unghie"), succhiarsi il pollice in bambini maggiori di 2-3 anni, balbuzie (disturbo nel ritmo di emissione del linguaggio con la ripetizione di alcune sillabe) in età scolare, iperattività associata a turbolenza e deficit dell'attenzione, anoressia (disturbo del comportamento alimentare che si manifesta nel rifiuto del cibo). Di questi, l'enuresi, l'onicofagia e la suzione del pollice sono i disturbi più frequenti e meno gravi, che si risolvono mostrando tolleranza e comprensione al bambino che fa la pipì a letto, evitando rimproveri e umiliazioni; fornendo al bimbo che si mangia le unghie una valvola di sfogo per esprimere la sua aggressività e a quello che si succhia il pollice più attenzione, affetto e comprensione. La balbuzie nei bambini dai 6 anni in su è determinata quasi sempre da difficoltà psicologiche come ansia, insicurezza e iperemotività e si cura abbinando a un intervento psicoterapeutico la logopedia. Nei casi invece d'instabilità psicomotoria, encopresi e enuresi, soprattutto diurna, in bambini già grandi è bene rivolgersi a uno specialista per una psicoterapia che coinvolga anche la famiglia. L'anoressia nervosa è un disturbo abbastanza raro nella prima infanzia. Quando si presenta in un neonato o dopo lo svezzamento, è sempre consigliabile chiedere un consulto specialistico sia ostetrico e/o pediatrico che psicologico. In casi così precoci l'intervento psicoterapeutico è rivolto alla madre o alla coppia genitoriale anziché al bambino.

LA PREVENZIONE PSICOLOGICA NEL CICLO DI VITA II

  • NASCITA - aver trascorso una gravidanza senza complicazioni, aver ricevuto le necessarie informazioni e rassicurazioni, oltre alla conoscenza delle persone e del luogo dove si svolgerà il parto, predispongono la donna a vivere questa esperienza in modo più positivo. Inoltre, bisognerebbe scegliere un parto più dolce possibile per il nascituro, evitando luci e rumori troppo forti, sbalzi di temperatura eccessivi, azioni brusche e soprattutto il distacco troppo immediato dalla madre. A questo proposito è sempre più diffusa la pratica del "bonding", ovvero il mettere subito il neonato a contatto con la mamma. Sarebbe ideale far passare una mezz'ora prima di tagliare il cordone ombelicale per dare il tempo fisiologico al passaggio dalla respirazione ombelicale a quella polmonare. Il travaglio in acqua aiuta il rilassamento muscolare e il parto in acqua ha sicuramente il beneficio di eliminare lo shock termico del parto tradizionale. Il parto attivo viene considerato la tipologia ideale dalla moderna ostetricia perché, riducendo il tempo e la fatica della fase esplulsiva e il conseguente rischio di complicazioni e lacerazioni, è meno traumatico sia per il bambino che per la partoriente. Un caso particolare è quello dei bimbi prematuri o che per qualche malattia devono restare in incubatrice. E' fondamentale che ricevano adeguati stimoli (carezze, parole dolci, ecc.) dai genitori e dal personale ospedaliero e che non siano lasciati in uno stato di isolamento e deprivazione psicosensoriale e affettiva, che non solo rappresenta un rischio per il loro benessere psicologico, ma che ne rallenta e ne ostacola la guarigione.

sabato 9 maggio 2009

LA PREVENZIONE PSICOLOGICA NEL CICLO DI VITA I

Sebbene i primi tre anni di vita siano il momento fondamentale per la costruzione della nostra personalità e delle basi per un suo sviluppo armonico, per quanto riguarda il benessere psicologico è bene considerare la sua importanza lungo tutto l'arco della vita.
  • VITA INTRAUTERINA - una gravidanza serena e vissuta avendo buone relazioni di sostegno è il primo passo per il benessere psicologico non solo della futura mamma, ma anche del bebè in arrivo. In gravidanza si devono assolutamente evitare farmaci non indispensabili, psicofarmaci, droghe, radiografie, ambienti e sostanze pericolose. Non ci si deve sottoporre a sforzi intensi e prolungati e si deve ridurre al minimo (o possibilmente eliminare del tutto) l'assunzione di fumo e bevande alcoliche. Bisogna evitare le situazioni di stress emotivo, tenendo presente che c'è una maggiore sensibilità e risonanza emotiva nelle gestanti; per cui anche guardare un film violento o leggere un romanzo noir potrebbe risultare stressante. L'utero non è un luogo silenzioso e isolato, ma un organo dove il nascituro percepisce rumori (battito cardiaco materno) e movimenti(respirazione, peristalsi, ecc), perciò qualunque alterazione significativa in questa "musica di sottofondo" (es. tachicardia) viene percepita come allarmante. Un tipico esempio è il non riuscire a dormire negli ultimi mesi di gravidanza per il troppo movimento del bambino. In realtà, il feto si dimena proprio perchè avverte una variazione "anomala" nei ritmi vitali della madre (quando si passa dalla veglia al sonno, infatti, il respiro rallenta e tutto l'organismo ha un funzionamento minimo a riposo).Il feto è in grado di sentire e riconoscere la voce della madre e quindi "parlare al pancione" è un modo per creare un contatto. Si è dibattuto molto anche su quale musica sia meglio far ascoltare ai nascituri, ma pare che, a prescindere dal genere, sia la musica preferita dalla madre ad avere gli effetti più positivi sul sistema nervoso di entrambi. E' molto importante che ci sia un rapporto positivo e di fiducia con il partner, le persone vicine e il personale sanitario che segue la donna durante la gestazione. Frequentare un corso di preparazione al parto è poi un'esperienza positiva di empowerment e di confronto tra persone che vivono la stessa esperienza. Inoltre esercizi di yoga, ginnastica dolce in acqua o massaggi possono aumentare il senso di benessere e rilassamento e contribuire soprattutto a una migliore percezione, consapevolezza e accettazione del corpo che, in pochi mesi, subisce una grande trasformazione.

venerdì 8 maggio 2009

NON C'E' SALUTE SENZA SALUTE MENTALE

L'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) definisce la salute non la semplice assenza di malattia, ma uno "stato di completo benessere fisico, psichico e sociale". Gli antichi romani del mens sana in corpore sano avevano già questa visione olistica e comprensiva della star bene, eppure ancora oggi quando si parla di salute ci si focalizza prevalentemente sull'aspetto medico trascurandone invece gli aspetti psicologici. I problemi di salute mentale, sempre secondo l'OMS, rappresentano il 20% delle malattie in Europa. Ciò significa che nel nostro continente una persona su quattro, durante il corso della vita, esperisce una qualche forma di disagio psichico. Non solo, ben quattro delle sei maggiori cause di disabilità sono riconducibili a problemi come depressione, schizofrenia, disturbo bipolare e abuso d'alcool e droghe. Inoltre, le persone che soffrono di problemi psichici tendono a sviluppare malattie fisiche e la loro condizione di sofferenza, più di qualunque altro problema di salute, ne influenza e compromette le relazioni interpersonali e, di conseguenza, la qualità della vita. Dati come questi meriterebbero l'attenzione prioritaria della politica e della società (e un adeguato stanziamento di fondi), invece la salute mentale continua ad essere un argomento diffusamente trascurato. Questo disinteresse generale verso il benessere psicologico ha come conseguenza l'arretratezza nella:
  • CURA - nel 1978 la legge 833 ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale (in cui c'è un apposito Settore per la Salute Mentale) e la legge 180 ha chiuso i manicomi. Dopo trent'anni, con il blocco dei concorsi e i continui tagli, il Sistema Sanitario Nazionale si trova nell'impossibilità organica e strutturale di far fronte alle esigenze dell'utenza, il privato resta alla portata di pochi e i grandi ospedali psichiatrici, come anche alcune strutture residenziali, spesso replicano la realtà manicomiale, in condizioni anti-terapeutiche e contrarie ai diritti umani( vedi la puntata di Report del 3 maggio: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-033f9976-18a4-4bc4-a3f5-aa81d968993c.html?p=0). Il sistema di cura prevalente resta, nei fatti, quello tradizionale, centrato sul trattamento dei sintomi anziché sulle conseguenze esistenziali e sociali della malattia mentale. La complessità della problematica richiederebbe invece una rete di servizi capillare, integrata e accessibile a tutti che garantisse trattamento, riabilitazione, assistenza, oltre che prevenzione e promozione.
  • PREVENZIONE - prevenire è meglio che curare, lo si sente dire spesso, ma è una massima che purtroppo trova scarsa applicazione nel campo del disagio psichico. Mentre è normale curare un'influenza perché non degeneri in una malattia più grave, si ha spesso la tendenza a trascurare i segnali di malessere e disagio psichico, causandone così un peggioramento o - nei casi più gravi e persistenti- una cronicizzazione. Il dolore fisico e la sofferenza psichica svolgono la stessa funzione di campanello d'allarme del nostro organismo: ci dicono che c'è qualcosa che non va e meritano la stessa identica considerazione.
  • PROMOZIONE - si fa ancora troppo poco per diffondere la consapevolezza dell'importanza del benessere mentale, per sostenere le persone con disagio psichico e le loro famiglie e soprattutto per combattere lo stigma e la discriminazione sociale. Nessuna persona civile prenderebbe in giro un cardiopatico o un diabetico per la sua malattia; lo stesso dovrebbe valere per chi soffre di fobie, attacchi di panico o bulimia. Tante persone non vanno dallo psicologo perchè "è il medico dei matti", per paura di essere etichettate, additate e derise. Può capitare a chiunque di sentirsi ansiosi, angosciati o depressi e non solo non c'è nulla di cui vergognarsi in questo, ma se fossimo tutti più sensibili, tolleranti e solidali, creeremmo una società più civile, sana ed accogliente.
Cosa fare? A parte ciò che spetta alle istituzioni politiche, sociali e sanitarie per costruire una rete di servizi di cura, prevenzione e promozione della salute intesa come benessere psico-fisico, ognuno di noi può:
  • capire innanzi tutto che non c'è salute senza salute mentale
  • dare al benessere psicologico l'importanza che merita
  • avere un atteggiamento comprensivo, rispettoso e non discriminante verso chi soffre di un qualche problema psichico
  • ricercare e diffondere informazioni accurate e corrette per combattere l'ignoranza e lo stigma contro la sofferenza psichica
  • trovandosi in uno stato di disagio, con sintomi di alterazione dell'umore, del pensiero, del comportamento o con problemi emotivi e relazionali che condizionano la propria quotidianità e persistono per più di due settimane rivolgersi ad uno psicologo il quale, se necessario, si avvarrà anche della consulenza psichiatrica per un eventuale sostegno farmacologico.

mercoledì 29 aprile 2009

IL CERVELLO. ANATOMIA ELEMENTARE

Il cervello umano è la struttura più complessa finora conosciuta. Tutto quello che sappiamo su di esso - e soprattutto tutto quello che ancora NON sappiamo - confermano questa affermazione. Il cervello è composto da ben cento miliardi di neuroni e da un numero ancora superiore di cellule ausiliarie con funzioni di nutrimento e sostegno del sistema nervoso dette neuroglia. I neuroni, o cellule nervose, costituiscono l'unità di base della struttura e delle funzioni cerebrali e compongono la corteccia cerebrale (o neocorteccia), responsabile di tutte le forme di esperienza cosciente, come la percezione, l'emozione e il pensiero.
Un neurone è una cellula formata da tre parti principali: il corpo cellulare, i dendriti e un assone. Questi ultimi due elementi contraddistinguono i neuroni da tutte le altre cellule del nostro organismo. I dendriti appaiono come una struttura arboriforme con moltissime ramificazioni che ricevono gli impulsi bioelettrici dagli altri neuroni. E' un po' come se in ogni neurone ci fosse una sorta di centralino telefonico che raccoglie e convoglia tutte le informazioni in entrata. L'assone è il "cavo di uscita" di questo sistema, tramite il quale il neurone può mandare impulsi agli altri neuroni. Se volete vedere neuroni, assoni e dendriti, ammirate queste bellissime immagini pubblicate su flickr: http://www.flickr.com/photos/neurollero/sets/366106/show
Il cervello umano ha un'attività straordinaria: tutti i neuroni "comunicano" fra di loro, scambiandosi delle informazioni nelle sinapsi. Pensate che ogni singolo neurone ha con gli altri neuroni dai 1000 ai 10000 punti di contatto, le sinapsi, appunto. E' come se i neuroni si telefonassero in continuazione e a una velocità per noi inimmaginabile. Neppure se tutti gli abitanti di una città grande come New York chiamassero contemporaneamente tutti i numeri dell'elenco telefonico riuscirebbero ad eguagliare il numero di contatti che i nostri neuroni hanno in un solo secondo, e per di più in maniera così economica e silenziosa - nessuna compagnia telefonica è capace di tanto!
Per darvi un'idea di quanto sia formidabile quello che queste piccole cellule fanno continuamente nel nostro cervello, pensate che dei matematici hanno calcolato che il numero delle possibili permutazioni e combinazioni dell'attività cerebrale, che quindi corrisponde al numero degli stati mentali, sia più grande del numero delle particelle elementari dell'universo conosciuto.
E' incredibile che tutto quello che noi possiamo pensare, creare, provare, sognare, ricordare, percepire o immaginare sia opera di questo organo rugoso, grigiastro e gelatinoso che pesa poco più di un chilo!
I neuroni comunicano attraverso molecole complesse chiamate neurotrasmettitori che modulano l'attività cerebrale, come ad esempio la serotonina, la dopamina, la noradrenalina e il GABA (acido gamma-amino-butirrico). I motoneuroni, invece, sono quelle cellule nervose che trasportano i "comandi" di movimento dal sistema nervoso centrale ai muscoli attraverso il midollo spinale.
Il cervello è diviso in due emisferi speculari con funzioni specifiche. L'emisfero destro presiede all'elaborazione spaziale, al riconoscimento dei volti e ad alcuni aspetti della percezione e della produzione musicale. L'emisfero sinistro presiede al linguaggio, alla scrittura e al calcolo. Ciascun emisfero è a sua volta diviso in quattro lobi: frontale, parietale, temporale e occipitale. In linea di massima, si può affermare che ogni lobo abbia la sua "specialità". Il lobo occipitale, ad esempio, (quello che sta sopra la nuca) si occupa prevalenemente della visione. Quello temporale (come dice la parla stessa, indica la porzione di cervello all'altezza delle tempie, intorno alle orecchie) governa l'udito, la parola e a percezioni visive complesse. Il lobo parietale (situato all'apice del capo), invece, presiede ai processi sensoriali, all'attenzione e al linguaggio. Infine, il lobo frontale (che sta dietro la fronte) è il più misterioso e affascinante, perché deputato ad emozioni e capacità mentali estremamente complesse. Tutte le facoltà mentali superiori come il ragionamento astratto, la saggezza e il senso morale sono attribuibili all'attività di questa zona cerebrale.
I paleoantropologi sostengono che la nostra evoluzione sia stata fortemente influenzata dallo sviluppo di quest'area. Studiando e confrontando i teschi dei nostri antenati è ben visibile come dalle scimmie antropomorfe e dagli australopitechi, passando per le varie specie di homo, fino ad arrivare alla nostra, sia evidente un progressivo ampliamento della parte anteriore della calotta cranica, proprio per "far posto" ai lobi frontali. Questo maggior sviluppo dell'area frontale ci rende "animali pensanti", che ragionano (anche se, come disse Twain, se ne potrebbe discutere!).
I due emisferi cerebrali sono collegati tra loro da un grosso fascio di fibre nervose, chiamato corpo calloso.
Il cervello è collegato al midollo spinale attraverso il tronco dell'encefalo, formato da midollo allungato, mesencefalo e ponte di Varolio. Queste strutture appartengono alla parte più "primitiva" del nostro cervello (cioè a quella più vecchia da un punto di vista evolutivo) che controlla le funzioni vegetative, come la respirazione e il ritmo cardiaco.
All'interno del cervello si trovano anche altre strutture che formano il sistema limbico: i gangli della base importanti per il movimento), il talamo (principale relè dei dati sensoriali in ingresso), l'ipotalamo (regola l'attività degli organi interni e integra i segnali provenienti dal sistema nervoso autonomo), l'amigdala (fondamentale per le emozioni) e l'ippocampo (svolge un ruolo nella memoria, nell'apprendimento e nelle emozioni). Infine, sotto i lobi occipitali, all'altezza della nuca, c'è il cervelletto (chiamato così perché sembra un cervello in miniatura) che governa l'equilibrio e la coordinazione dei movimenti.
Il sistema nervoso centrale è composto dal cervello e dal midollo spinale.
La formazione del cervello è regolata sia geneticamente, sia dall'ambiente, ma lo sviluppo e la strutturazione del cervello, e in particolare della corteccia, sono modulati dall'esperienza.
Insomma, come disse il celebre genetista François Jacob, è vero che siamo programmati geneticamente, ma siamo programmati per apprendere.

mercoledì 22 aprile 2009

LA VIOLENZA PSICOLOGICA

La violenza psicologica è una forma di maltrattamento, forse meno evidente della violenza fisica (cui peraltro si accompagna quasi sempre), ma di certo altrettanto dannosa. Esistono molti tipi di violenza psicologica:
  • UMILIAZIONE - pesanti, profonde e continue critiche, svalutazioni, offese volte a convincere la persona, adulto o bambino, di non valere nulla
  • REIFICAZIONE - trattare una persona come un oggetto di proprietà esclusiva, in modo possessivo, controllante e manipolatorio
  • DEPRIVAZIONE - controllo e limitazione dei rapporti sociali per isolare e privare una persona del sostegno della sua rete di conoscenze/amicizie
  • INTIMIDAZIONE - terrorizzare usando minacce e comportamenti violenti e improvvisi (es. rompere oggetti, scaraventare mobili)
  • SQUALIFICAZIONE - negare e distorcere la realtà, confondendo la vittima fino a farle considerare normale e meritata la violenza che sta subendo
  • PERSECUZIONE o STALKING - ovvero tutti gli atti persecutori (spiare, pedinare, tempestare di telefonate/sms/mail, fare incursioni sul posto di lavoro, aspettare sotto casa, ecc.)che fanno sentire la persona in trappola, perennemente controllata e in un continuo stato di allarme
La violenza psicologica segna profondamente la persona che la subisce, causando grandi sofferenze, attaccando l'autostima e la fiducia in se stessi e, nel caso di bambini e adolescenti, incidendo sullo sviluppo della loro personalità.